MWL 5#: Alfabeto di strega: H come Hypnos e Thanatos

Pubblicato giugno 16, 2014 da rollystardust

H come Hypnos e Thanatos

https://i1.wp.com/www.tanogabo.it/mitologia/images/Dei/hypnos_thanatos.jpg

Thanatos e Hypnos sono divinità minori o demoni della mitologia greca. Rappresentanti rispettivamente la Morte e il Sonno, sono figli gemelli di Nyx (la Notte) e Erebo (L’Oscurità o gli Inferi).

Hypnos (greco antico Ὕπνος, adattato in lingua italiana in Ipno), che i romani chiamavano Somnus, giovava agli uomini, apportando loro il dolce riposo e l’oblio degli affanni.
Secondo Omero (Iliade, XIV, 230–231), dimorava a Lemno, dove, secondo un’altra versione, aveva sposato Pasitea, una delle Cariti, originaria di quella città, e i Lemnieni che apprezzavano molto il vino, accoglievano Hypnos con piacere. Per Virgilio viveva nel vestibolo dell’Ade, per Ovidio nel lontano paese dei Cimmeri. Infine, secondo Esiodo, Ipno viveva nelle terre sconosciute dell’ovest, in una casa a due porte: una di corno, trasparente, da dove uscivano i sogni veritieri; l’altra d’avorio per i sogni falsi.
Il potere di Ipno era tale che poteva addormentare uomini e numi. Nel canto XIV dell’Iliade Era lo prega di addormentare Zeus, affinché Poseidone possa portare aiuto ai Greci senza che il re degli dei lo venga a sapere. Nel V libro dell’Eneide bagna con un ramo imbevuto di acque letee (ramum Lethaeo rore mandantem, 854) il volto del timoniere Palinuro, per assopirlo e farlo cadere in mare. Sempre al dio appartengono le Porte del Sonno, nel VI libro, all’uscita dell’Ade.
Ebbe numerosi figli, dei quali i principali sono Morfeo, Momo, Icelo, Fobetore e Fantaso.
Fu Ipno a dare ad Endimione la facoltà di dormire ad occhi aperti.
Viene raffigurato come un giovane nudo con le ali sul capo.

Nelle Metamorfosi, Ovidio ci descrive il luogo dove dorme il Dio con dovizia di particolari:

“Dove stanno i Cimmeri c’è una spelonca dai profondi recessi, una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno, nella quale con i suoi raggi, all’alba, al culmine o al tramonto, mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto di crepucolo, salgono senza posa nebbie e foschie.
Qui non c’è uccello dal capo crestato che vegli e chiami col suo canto l’aurora; e non rompono, col loro richiamo, il silenzio cani all’erta od oche più sagaci dei cani.
Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.
Vi domina il silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno. Davanti all’ingresso dell’antro fiorisce un mare di papaveri e un’infinità di erbe, dalla cui linfa l’umida Notte attinge il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.

In tutta la casa non v’è una porta, perché i cardini girando non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia. Al centro della grotta si alza un letto d’ebano imbottito di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro, dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume. Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi, le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi, le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.” (Ovidio, Metamorfosi)

C’è in questo brano un riferimento al papavero da oppio e a “un’infinità di erbe” che attingono il sopore dal Dio e lo portano nel mondo: sono le cosidette “erbe di Hypnos”, che, insieme con le “erbe di Thanatos”, sono portatrici di principi attivi altamente pericolosi per l’uomo, specie se non maneggiate nella maniera appropriata. Fanno parte di questo gruppo vari tipi di erbe e funghi che provocano allucinazioni, trance e stati di coscienza alterati: la datura stramonium, l’amanita muscaria, la segale cornuta, la canapa indiana, il khat, la trombetta degli angeli, il papavero da oppio e molte altre.
Thánatos (dal greco θάνατος, in italiano Tanato) che i romani chiamavano Mors, rappresentava la morte, era inaccessibile a ogni sentimento di pietà: veniva rappresentato come un uomo barbuto e alato, con una veste nera, con in mano la scure dei sacrifici, di cui si serviva per recidere un ricciolo al morente, o con una falce, attributo che sembra significare che la vita viene raccolta come il grano.
Era un divinità minore nella mitologia greca, spesso citata ma raramente rappresentata come persona.
Esiodo, nella sua Teogonia (vv.211-212) fa nascere Thanatos dalla Nyx (Nύξ, Notte), assieme al fratello gemello Hypnos (Ὕπνος, il Sonno). Altri fratelli erano Moros (Μόρος, il Destino inevitabile), Ker (Κήρ, la Morte violenta), gli Oneiroi (Ὄνειροι, la Stirpe dei Sogni) e con le Moire, delle quali fu spesso associato alla figura di Atropo, dea della morte lei stessa.
Sempre Esiodo descrive l’insensibilità di Thanatos alle implorazioni degli umani:
« Hanno le case qui della torbida Notte i figliuoli
la Morte e il Sonno Numi terribili; e mai non li mira
lo scintillante Sole coi raggi né quando egli ascende
il ciel né quando giú dal cielo discende. Di questi
sopra la terra l’uno sul dorso infinito del mare
mite sorvola ha cuore di miele per gli nomini tutti:
di ferro ha l’altra il cuore di bronzo implacabile in petto
l’alma gli siede; e quando ghermito ha una volta un mortale
più non lo lascia; e lei detestano sin gl’Immortali. »
(Esiodo, Teogonia, vv. 758-766)

Omero, nell’Iliade, definisce Hypnos e Thanatos come fratelli (da qui la celebre locuzione latina Consanguineus lethi sopor) e descrive come furono mandati da Zeus su richiesta di Apollo, per recuperare il corpo di Sarpedonte, ucciso da Patroclo, per portarlo Licia per ricevere gli onori funebri.
« Dall’alma il corpo, al dolce Sonno imponi
Ed alla Morte, che alla licia gente
Il portino. I fratelli ivi e gli amici
L’onoreranno di funereo rito
E di tomba e di cippo, alle defunte
Anime forti onor supremo e caro.
[…]
D’immortal veste avvolgi: indi alla Morte
Ed al Sonno gemelli fa precetto
Che all’opime di Licia alme contrade »
(Omero, Iliade vv. 453-458 e 681-683)

Il carattere di Thanatos quale potenza inevitabile e inflessibile venne a meno in un mito popolare già citato da Omero e sviluppato nel dramma satiresco Sisifo fuggitivo di Eschilo (Σίσυφος Πετροκυλιστής, Sisýphos drapétes, V sec a.C.), dove Zeus per punire Sisifo, re di Corinto, mandò Thanatos per rinchiuderlo nel Tartaro. Ma quando Thanatos giunse a casa di Sisifo, questi lo fece ubriacare e lo legò con catene, imprigionandolo. Con Thanatos incatenato, la morte scomparve dal mondo. Il dio Ares, quando si accorse che durante le battaglie non moriva più nessuno e che quindi non avevano più senso, si mosse per liberare Thanatos e prendere Sisifo.
Sisifo riuscì una seconda volta a sfuggire alla morte convincendo Persefone di farlo tornare per un giorno da sua moglie sostenendo che lei non era mai riuscito a dargli un funerale appropriato (in realtà aveva imposto alla moglie Merope di non seppellire il suo corpo). Questa seconda volta Sisifo fu trascinato nell’oltretomba, fino nel Tartaro, da Hermes, quando rifiutò di accettare la propria morte; in più fu condannato per l’eternità a trascinare, in cima a una collina, un macigno che poi sarebbe rotolato giù.
Sisifo viene anche ripreso da Alceo di Mitilene. In un frammento di una sua lirica è riportato:
« Il re Sisifo, il più astuto dei re, supponeva di poter controllare la morte; però, nonostante i suoi inganni, attraversò due volte l’Akeron al comando del fato. »
(Alceo, Frammento 38a[5])

Se Sisifo fu l’unico che poté sfuggire all’inesorabile Thanatos grazie all’inganno, Eracle fu l’unico che poté sfuggire grazie alla sua forza, come inscenò Euripide nella tragedia Alcesti.
In qualità di divinità psicopompa, a volte la sua figura si confonde con quella di Hermes, in particolare nel periodo più antico. Spesso fu associato, oltre i suoi fratelli, anche ad altre personificazioni negative come Geras (la Vecchiaia), Oizys (la Sofferenza), Apate (l’Inganno), Eris (la Discordia). Occasionalmente è visto come la Morte in pace, in contrapposizione a sua sorella Ker, la Morte violenta.
Il suo nome era traslitterato in latino come Thanatus, e veniva corrisposto a “Mors” o, più raramente, a Orco.
In talune occasioni, Thanatos era rappresentato come un fanciullo sovente alato ed in compagnia a suo fratello Hypnos, con una Torcia girata quale simbolo della vita che si estingue, o con una farfalla in mano (ψυχή, oltre a farfalla, può significare anche vita) oppure con un fiore di papavero sonnifero, simbolo che condivideva col fratello.
Se rappresentato come adulto, sempre alato, spesso è armato di Spada, come nell’Alcesti di Euripide, il quale lo descrive anche vestito di nero. La lettera a lui associata è la Theta, la sua iniziale in greco, nonché il simbolo Theta nigrum.

I greci lo rappresentavano inoltre sotto la figura di un bambino nero con piedi torti. A volte i suoi piedi, senza essere difformi, sono soltanto incrociati, simbolo dell’imbarazzo dei corpi che si trovano nella tomba. Altre volte era rappresentato come un giovane o un vecchio barbuto con le ali. Gli attributi comuni tra Thanatos e la madre Nyx (la Notte) sono le ali e una torcia spenta e rovesciata. I Romani lo chiamavano Mors, e se lo raffiguravano come un Genio alato e silenzioso e gli alzarono anche degli altari. Ateniesi e Spartani lo onoravano di un culto particolare, ma non si sa nulla sul tipo di culto che gli rendevano.

 

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